Io, un bambino stregone?

Puntuali come sempre, torniamo con #LeStorieDeiBambini

La storia di oggi, quella di @Nuovi Orizzonti per Vivere l’Adozione – NOVA , è la storia di Moise..o Christian..o Joseph. Dicci tu come vuoi che ti chiamiamo, Ingegnere!

Potrei chiamarmi con il nome di Moise o Christian o Joseph, ma quale sia quello vero non ve lo dico siccome non è questo l’importante della mia storia. Anche perché un nome al quale io possa rispondere, e che riconosca come mio, mi è stato dato quando ormai avevo due anni da chi mi ha accolto dopo avermi trovato mentre mi trascinavo per terra e rovistavo nell’immondizia del mercato della frutta.

Che sia andata proprio così non lo ricordo, naturalmente…..

Cioè, voglio dire, la storia del mercato e della frutta e tutto il resto. Mi è stato solo raccontato, ma insieme ad altre molte cose, anche se ogni tanto mi viene il dubbio che qualcosa non sia vero perché, si sa, chi racconta tende sempre a esagerare!

Mi è stato detto però che avevo dei segni di bruciatura sul torace e sulla fronte, e tutti sono convinti che erano quanto rimaneva di qualche esorcismo, dell’estremo tentativo di cacciare il demonio che si era preso il mio corpo e da lì dispensava i suoi malefici a tutti quelli che avevano la sventura di avvicinarsi troppo. Me lo dicono con espressione grave, sicura di sé, annuendo con il capo e aggrottando la fronte. Così che non ho ragione di dubitare, anche se non capisco come sia possibile che qualcuno – mia madre, i miei nonni, mio padre se per caso c’era ancora nei paraggi, insomma con me ci sarà pure stato qualcuno, no? – abbia permesso tutto questo. Io, un bambino stregone? Un enfant sorcier? Solo perché ho una gamba più corta dell’altra? Si è vero, è molto più corta, e offesa, e storta, e anche brutta da vedere. Cammino come se fossi un pendolo rotto, e piano piano, e ogni tanto ancora cado e mi faccio male, ma sempre meno. Però ho una testa che pensa, una voce che dice, delle mani che lavorano e fanno dei gesti, una bocca che sorride, se voglio. Adesso di anni ne ho dodici, e da poco tempo un assistente sociale mi ha spiegato che quando ero ancora piccolo aveva fatto qualche ricerca, perché siccome non ero registrato all’anagrafe ma ero stato abbandonato avrei potuto trovare una famiglia di un altro Paese, o almeno provarci. Una ricerca senza risultato: nessun padre, nessun famigliare, nessuna madre, ma è come cercare un colibrì nella foresta se si ha a che fare con un bambino lasciato a due anni a un angolo di strada di un mercato fetente e sterminato. Con un poco di imbarazzo, mi ha detto che in fondo mi è andata bene, se il marabout o l’esorcista o chissà chi è stato si è limitato a bruciarmi solo dei pezzi di pelle, e se mia madre o chi per lei mi ha solo abbandonato. Insomma se non mi è successo di peggio, di molto peggio. E’ vero, non ho trovato una famiglia, anche perché dal 2013, da quando sono state bloccate le adozioni internazionali, nessun bambino congolese ha potuto avere questa fortuna, ma ho vissuto alla Fondation Viviane per dieci anni e ho mangiato e ho studiato e sono stato curato e ho trovato gente che mi vuole bene e adesso cammino. Male, ma cammino. Peccato solo che l’ortopedico della Fondation non possa costruire per me una protesi come quelle che costruisce per altri bambini: mi dice che non è possibile, con la gamba che mi ritrovo.

Adesso sono grande e una famiglia non la troverò di certo, però posso continuare a stare qui e a studiare. Da grande, voglio fare l’ingegnere.

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